Mamadou Diallo viene dal Burkina Faso. Entra in Italia a maggio 2009 e presenta richiesta di protezione internazionale presso la Questura di una grande città. Nel suo Paese è stato vittima di tortura, come verrà nei mesi successivi certificato da un medico legale. Chiede un posto letto al Comune e viene messo in lista di attesa.
Dopo quattro mesi trascorsi a dormire per strada, è convocato in Questura per la «verbalizzazione» della sua storia. Viene quindi inviato al Cara della stessa città, uno dei Centri dove i richiedenti asilo sono trattenuti per verificare o determinare la loro nazionalità e identità. Dopo altri sei mesi, è convocato dalla Commissione territoriale per il riconoscimento del diritto d'asilo che gli concede la protezione internazionale. Riceve il permesso di soggiorno ed è autorizzato a lasciare il Cara. A quel punto si ripresenta all'ufficio del Comune, dopo quasi un anno, e gli dicono che è ancora in lista di attesa per un posto letto. Aspetta altri due mesi, dormendo all'aperto, e finalmente viene accolto in uno dei centri del Comune.
Sembra un caso limite, in realtà è quanto accade ogni giorno a migliaia di rifugiati che, pur avendo ricevuto dallo Stato una protezione internazionale e il conseguente permesso di soggiorno, continuano a non trovare in Italia un'accoglienza dignitosa.
I posti a disposizione, tra quelli previsti dal Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) o direttamente dagli Enti locali, continuano a essere largamente insufficienti e continuano le occupazioni di alloggi di fortuna, con i problemi sanitari che ne derivano.
La nuova normativa entrata in vigore in Italia recependo la direttiva europea (d.lgs 251/07) sancisce un punto fondamentale: la piena parità di trattamento tra i titolari della protezione internazionale e i cittadini nel godere i diritti civili e l'accesso alle misure socio-assistenziali. Ma questa parità formale è lettera morta se al rifugiato in uscita dal Cara non viene garantito un sostegno all'integrazione lavorativa e soprattutto socio-abitativa.
Il rifugiato non ha residenza, casa, lavoro, non conosce l'italiano, né il territorio. Da dove comincia il suo percorso? Solo per l'iscrizione anagrafica molti rifugiati sono costretti a estenuanti giri tra uffici per ottenere un indirizzo di comodo che permetta la richiesta della carta di identità, indispensabile per lavorare, affittare una casa o iscrivere i figli a scuola.
I rifugiati vittime di violenze o tortura (quasi un terzo in Italia) e coloro che soffrono disagi mentali dovuti a vari traumi, in questo panorama di generale insufficienza dei posti di accoglienza, sono i più colpiti dai processi di esclusione. Gli enti pubblici competenti, per motivi economici o anche per poca attenzione, sono riluttanti a farsene cura.
Poche anche le risorse per le misure di accompagnamento per l'integrazione. Non mancano le buone prassi e le sperimentazioni, ma è necessario passare da singoli progetti a misure di sistema. Ad esempio, non sono ancora previsti sgravi fiscali per le aziende che assumono o offrono tirocini formativi ai titolari di protezione, né i rifugiati rientrano tra le categorie di persone inseribili nelle cooperative sociali con condizioni di favore.
Dato che le domande di asilo sono in calo e i riconoscimenti di status vengono concessi a poche migliaia di persone, ci sono sempre meno giustificazioni per non mettere in campo più risorse e iniziative e offrire a tutti - che vuol dire a ciascuno - un'accoglienza dignitosa. Altrimenti la stessa protezione, che pure concediamo, rischia di trasformarsi in un pezzo di carta senza valore.
ITALIA: RIFUGIATI POCHI E IN CALO
Sono 43,3 milioni, secondo il rapporto annuale dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Acnur), Global Trends 2009, pubblicato in giugno, le persone costrette alla fuga da guerre e persecuzioni alla fine del 2009. Si tratta del numero più alto dalla metà degli anni Novanta. Sempre più rifugiati vivono in aree urbane, principalmente nei Paesi in via di sviluppo, a sfatare il luogo comune secondo il quale ci sarebbe un'invasione di rifugiati nei Paesi industrializzati. I rifugiati in Italia sono 55mila: un numero basso rispetto ad altri Paesi europei, in termini sia assoluti sia relativi. La Germania accoglie quasi 600mila
rifugiati, il Regno Unito circa 270mila, la Francia 200mila. L'anno scorso in Italia sono state presentate circa 17mila domande d'asilo, quasi la metà rispetto alle
31mila del 2008. La diminuzione può essere anche attribuita alle politiche restrittive attuate nel Canale di Sicilia da Italia e Libia, fra cui la prassi dei respingimenti
in mare che hanno gravemente inciso sulla fruibilità del diritto di asilo in Italia. |
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