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Guerra, ingerenza umanitaria, polizia internazionale: cosa dice la Chiesa
28 agosto 2013
Sono ore di tensione e attesa per la Siria, il Medio Oriente e l'intero pianeta, se è vero che un intervento militare occidentale contro Assad potrebbe scatenare una escalation dagli esiti imprevedibili. Ma al di là di considerazioni geopolitiche si ripropongono, come in altri casi simili, dilemmi etici che interrogano credenti e non. Abbiamo chiesto a Giannino Piana, teologo morale, esperto di dottrina sociale della Chiesa, di aiutarci a fare chiarezza.

 
Le questione si è posta più volte negli scorsi decenni, dai Balcani all'Afghanistan, dalla Libia fino all'attuale crisi siriana: cosa fare per evitare (o almeno contenere) terribili carneficine, le cui vittime sono popolazioni inermi e dove si assiste talora a vere e proprie forme di genocidio? Cosa dice a questo proposito, in particolare, il magistero della Chiesa?
La dottrina morale, sia laica che di ispirazione cristiana (in particolare nei secoli più recenti quella cattolica), ha ipotizzato in passato varie forme di intervento, dalla legittimità di procedere all’uccisione dell’«ingiusto tiranno», alla giustificazione della guerra difensiva (mediante la teoria della «guerra giusta»). Queste forme di intervento (in particolare quella della guerra) hanno perso la loro legittimità, a causa dei profondi cambiamenti culturali e tecnologici verificatisi soprattutto nella seconda metà del Novecento.
 
Quando si è avuta la svolta?
È stato Giovanni XXIII, nell’enciclica Pacem in terris del 1963, a condannare in maniera netta ed irrevocabile la guerra (ogni guerra), in quanto «contraria alla ragione». La sconfessione della dottrina della «guerra giusta» si appoggia a motivazioni di ordine strettamente razionale. Ribaltando la prospettiva del passato che considerava la guerra, sia pure difensiva e rispettosa di alcune condizioni, come un atto assolutamente ragionevole, il Papa afferma che è «del tutto irragionevole (alienum a ratione) pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia» (Pacem in terris, n. 67).
 
Dunque, per la Chiesa, l'uso della forza e delle armi è sempre illegittimo?
Non è così. Il ripudio della guerra lascia aperta la questione su come intervenire di fronte a situazioni complesse e conflittuali nelle quali sussiste il dovere morale di agire per impedire (o arrestare) forme di violenza insensata che provocano la morte di un enorme numero di vittime innocenti. La riflessione morale ha introdotto in proposito nuove categorie destinate a far fronte a tali situazioni.
Sono categorie riconducibili alla dottrina della «ingerenza umanitaria» e a quella degli «interventi (o operazioni) di polizia internazionale», il cui obiettivo è prestare soccorso alle vittime dell’aggressione mediante il coinvolgimento della comunità internazionale. Va detto che «ingerenza» e «intervento» devono essere nettamente distinti per la sostanziale differenza a riguardo dell’uso della forza: l’ingerenza comporta infatti il sostegno dato alle popolazioni senza l’uso di mezzi violenti, mentre l’intervento implica l’uso delle armi con la possibilità pertanto di qualche vittima (è questa la ragione per cui non si può parlare di azione umanitaria). 
 
Ma non è alla fine un ritorno alla giustificazione della guerra?
No, questa ultima forma di azione, per quanto assai delicata, non può essere equiparata a un intervento bellico. Si tratta del consenso dato a interventi che si differenziano radicalmente dalla guerra, sia sul versante del «fine perseguito» - l’intenzione è, in questo caso, di arrestare un processo di grave violenza - sia sul versante delle «modalità di esecuzione» - non è indifferente, a tale riguardo, che si faccia riferimento alla polizia, che ha come fine proprio quello di riportare l’ordine in una situazione conflittuale, e non all’esercito, che ha invece finalità belliche - trattandosi di un’azione chiaramente circoscritta e destinata unicamente a disarmare l’aggressore.
La legittimità di questo ordine di interventi è fuori discussione: si tratta di un sostegno che riveste una innegabile portata etica, la cui attuazione esige però il verificarsi di alcune condizioni
 
Quali sono queste condizioni?
L’imparzialità, la volontà di promuovere una vera de-escalation della violenza e della guerra e la prudenza nell’uso delle armi. La sua plausibilità è legata alla presenza esclusiva di situazioni estreme, nelle quali l’uso coercitivo della forza è reso necessario, sia dal fallimento della trattativa politica, sia dalla considerazione che gli effetti negativi della rinuncia a intervenire risulterebbero più gravi di quelli prodotti dallo stesso intervento; per questo è necessario, quale garanzia di imparzialità, il controllo delle grandi organizzazioni internazionali (oggi in particolare dell’Onu) in grado di valutare in maniera imparziale (al di là e al di sopra di interessi particolaristici) l’opportunità di intervenire.
In questa direzione si è mosso anche il magistero di Giovanni Paolo II, il quale, pur ribadendo in termini intransigenti il proprio «no» alla guerra, non ha esitato a riconoscere - sollecitato dal moltiplicarsi di situazioni in cui i diritti umani venivano gravemente calpestati (particolare influenza ha avuto a tale proposito il caso della Bosnia) - l’esigenza di intervenire con coraggio per evitare il dilagare di mali maggiori. Di fronte alla tortura di massa o a veri e propri genocidi volti all’eliminazione di interi gruppi etnici o, ancora, alle violenze efferate nei confronti di donne e bambini non ci si può trincerare dietro a un pacifismo a ogni costo (senza «se» e senza «ma»); è doveroso ricorrere anche alla forza, sviluppando - come afferma il Pontefice - «azioni circoscritte nel tempo e precise nei loro obiettivi, condotte nel pieno rispetto del diritto internazionale, garantite da un’autorità riconosciuta a livello sopranazionale e, comunque, mai lasciate alla mera logica delle armi» (Giovanni Paolo II, Messaggio per la celebrazione della Giornata mondiale della Pace, 1 gennaio 2000, n. 11).
 
In conclusione, dunque, l’uso della forza non è a priori condannato dalla Chiesa, come sempre e del tutto ingiustificabile?
Esatto. È reso possibile soltanto quando si tratta di «male minore» o di «riduzione del danno». Non è infatti sufficiente fare appello alle sole buone intenzioni o a un’astratta declamazione dei principi; è necessario perseguire concretamente il «bene possibile» e saper correre anche il rischio, quando si è di fronte a situazioni drammatiche, di sbagliare intervenendo, piuttosto che evitare di intervenire per non sbagliare.
Tutto questo vale, ovviamente, nei casi estremi. Altre sono - ce lo ricorda con forza la Pacem in terris - le vie ordinarie da percorrere per la promozione della pace: dal disarmo integrato attraverso controlli efficaci, alla messa al bando delle armi nucleari (e aggiungiamo chimiche e batteriologiche), fino alla ricerca di soluzione dei conflitti mediante il negoziato ispirato dalla volontà di un’equa composizione delle parti (cfr Pacem in terris, nn. 60, 51 e 67). Ma, prima ancora, ciò che conta - e a questo è dedicata gran parte dell’enciclica giovannea - è l’impegno a costruire, giorno dopo giorno, un modello di convivenza all’interno delle nazioni e tra le nazioni fondato sul rispetto dei diritti e sull’ampliamento degli spazi della partecipazione pubblica.
 
Di fronte alla prospettiva concreta di un imminente attacco militare di alcune potenze occidentali contro il regime siriano, non sembrano rispettate tutte le condizioni poste dalla dottrina cattolica...
I veti delle potenze nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu rendono del tutto improbabile un avallo delle Nazioni Unite a un intervento guidato dagli Usa. Inoltre c’è il problema della divisione anche tra i Paesi musulmani, con l’Iran schierato a favore del regime di Damasco. Di conseguenza potrebbe accadere che le conseguenze dell’intervento siano ancora più gravi dei problemi a cui si vuole porre rimedio. Quello che succede in Siria è gravissimo, ma sarebbe almeno opportuno aspettare i risultati dell’inchiesta dell’Onu sull’impiego delle armi chimiche. Resta il fatto che, se si vuole tutelare l’ordine internazionale, siamo come in un vicolo cieco perché il Consiglio di Sicurezza non è unanime. Resta l’ambivalenza della situazione: l’esigenza di un intervento c’è, ma come? Il rischio è che il conflitto si estenda.
© FCSF – Popoli