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Libia: «C’è ancora spazio per un’intesa»
21 febbraio 2011
«La Libia non è l’Egitto né la Tunisia. Qui ci sono le risorse per poter dare risposte al malcontento della popolazione. Ci vuole solo la volontà delle parti. Personalmente spero che governo e rivoltosi riescano a trovare un’intesa e a far cessare gli scontri a breve». Mons. Giovanni Martinelli, vicario apostolico di Tripoli, cerca di essere ottimista di fronte alla rivolta che sta incendiando la Libia in questi giorni. Anche se non si nasconde le difficoltà.

Oggi, 21 febbraio, qual è la situazione della rivolta a Tripoli e a Bengasi?
A Tripoli la situazione è tranquilla. Sabato e domenica sono stati incendiati alcuni stabili e ci sono stati alcuni scontri tra polizia e rivoltosi, ma la situazione non è degenerata. Oggi non c’era molto traffico per le strade. La gente forse è rimasta a casa per non correre rischi. Ma, ripeto, qui mi sembra tutto calmo. A Bengasi invece ci sono stati numerosi incidenti con parecchi morti.

La Chiesa cattolica ha subito danni materiali alle strutture? Tra le vittime ci sono sacerdoti o suore?
La Chiesa non ha subito danni né a Tripoli né a Bengasi, né in altre città e, per il momento, nessun religioso è stato vittima degli incidenti. È ovvio però che siamo preoccupati.

Com’è strutturata la Chiesa cattolica in Libia?
La Chiesa cattolica ha due vicariati apostolici: uno a Tripoli, l’altro a Bengasi. In Libia, la Chiesa ha una struttura afroasiatica. I nostri fedeli (circa 100mila) sono cittadini che provengono in maggioranza da Paesi dell’Africa sub sahariana (in particolare eritrei) e dall’Asia (soprattutto filippine che lavorano come infermiere negli ospedali o operaie nelle diverse compagnie libiche o straniere). Come Chiesa non lavoriamo solo a livello pastorale, ma anche in campo «sociale». Questi immigrati, infatti, hanno bisogno di tutto: sia di assistenza spirituale, sia si aiuto materiale (cibo, vestiti, ecc.). Noi lavoriamo in strutture molto povere. Abbiamo solo la chiesa come luogo di culto e pochi locali adiacenti per accogliere gli immigrati e le persone che hanno bisogno. Questi incidenti costringeranno molti europei ad andarsene. Rimarranno qui gli immigrati africani e gli asiatici, che rappresentano gli strati più poveri della popolazione, quelli che non hanno nulla: né un tetto sotto il quale dormire né i beni di prima necessità. Noi continueremo a seguirli al massimo delle nostre forze.

In Libia ci sono stati e ci sono atti di intimidazione nei confronti dei cattolici?
No, finora non ci sono mai state minacce o intimidazioni nei confronti dei cattolici. Anche l’attacco alla chiesa di Bengasi del 2006 fu più una reazione a una dichiarazione rilasciata da un politico italiano, che non un atto di intolleranza anticristiana. Allora la Chiesa cattolica fu associata all’Italia, anche se da più di vent’anni non c’erano più missionari italiani in quella città (oggi sono quasi tutti di origine maltese o araba). In Cirenaica lavorano negli ospedali moltissime suore (molte delle quali italiane). Le religiose cattoliche sono molto amate e rispettate per il servizio puntuale che svolgono nelle strutture sanitarie. Le autorità locali ci hanno assicurato che le proteggeranno. Quindi per il momento siamo tranquilli. Vedremo cosa ci riserverà il futuro.

Prevede che la situazione politico-sociale peggiori?
Mi auguro di no. Violenza chiama solo violenza. Servono invece atti di pacificazione e riconciliazione da parte governativa e da parte dei rivoltosi. Bisogna che le due parti cerchino di venirsi incontro. Penso che alcune rivendicazioni da parte dei rivoltosi siano giuste. In Libia siamo in una fase di cambiamento generazionale. I giovani, come gli europei nel 1968, chiedono più spazi. Ma ciò non basta. I giovani pensano a crearsi una famiglia, ma non riescono ad acquistare una casa perché le case costano molto. Con i loro stipendi poi non riescono a mantenere una famiglia perché i prezzi dei generi alimentari sono troppo alti, ecc. Credo che lo Stato potrebbe fare molto per soddisfare le necessità della popolazione. Negli ultimi mesi le autorità hanno cercato di venire incontro a queste esigenze riducendo le imposte e i prezzi dei generi alimentari. Dovrebbe proseguire in questo sforzo.
Enrico Casale
© FCSF – Popoli