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Milano, "zingaropoli" un anno dopo
7 giugno 2012

Dodici mesi fa, a Milano, il centro-destra usciva sconfitto da una campagna elettorale in cui aveva usato i rom come arma di scontro politico. Slogan xenofobi a parte, che cosa è cambiato nelle politiche di integrazione della nuova giunta? Ancora troppo poco, secondo gli operatori.

A tre anni dal decreto con cui l’ex ministro degli Interni Roberto Maroni decideva di affrontare la presenza degli insediamenti di immigrati senza tetto, perlopiù rom, con gli strumenti usati durante le calamità naturali - trasformando i prefetti in commissari straordinari per l’emergenza -, lo scorso novembre una sentenza del Consiglio di Stato ha cancellato il piano d’intervento basato sulla linea dura (sgomberi e rimpatri), certificandone l’illegittimità e facendolo decadere. La sentenza afferma, inoltre, che né il numero di rom, sinti e caminanti (circa 150mila, tra cui metà cittadini italiani), né le situazioni in cui queste minoranze sono implicate, legate a questioni di ordine pubblico, siano da ritenersi circostanze emergenziali.
Quando si parla di rom e numeri la questione si fa intricata, in particolare a Milano, la città che, secondo la Lega, sarebbe diventata «Zingaropoli»: le comunità presenti nel capoluogo lombardo svolgono da tempo una funzione «elettoralmente» importante, a destra e a sinistra. Basti ricordare Filippo Penati che, in clima di elezioni provinciali del 2004, contò 20mila «nomadi» disseminati tra metropoli e hinterland. Nel 2006 Roberto Maroni, all’epoca ministro del Lavoro, rivelò che bisognava togliere uno zero. Lo stesso anno, Letizia Moratti, candidata a sindaco, ne ricontò 10mila. Poi, varato il piano Maroni e per merito delle «500 tacche» di De Corato (una per ogni sgombero), il loro numero si sarebbe drasticamente ridotto. L’ex assessore alla Sicurezza dichiarava: «A Milano 6.500 se ne sono andati grazie agli sgomberi. Ora ne rimangono 1.500». In questo marasma le cifre, più aggiornate e affidabili sembrano quelle che indicano in 2.000/2.500 i rom stranieri presenti (dato del censimento più recente fornito dalla Prefettura per il 2008).
Così apparirebbe anche dalle stime attuali, se non fosse per alcune recenti dichiarazioni attribuite allo stesso prefetto di Milano, Gian Valerio Lombardi (già commissario delegato per lo Stato di «emergenza» in Lombardia), per cui il numero di persone nei campi intorno alla città sarebbe quasi raddoppiato rispetto al 2011. Ma l’attuale assessore alla Sicurezza, Marco Granelli, precisa che le dichiarazioni riportate dai giornali si riferivano a un incontro del Comitato ordine e sicurezza, occasione in cui il prefetto non ha presentato numeri. «E non si dica che sono aumentati i campi abusivi, come al cavalcavia Bacula, presente dal 2003 - aggiunge l’assessore -. Al suo interno risiedono quelli che, a suo tempo, furono sgomberati da zone periferiche: questo fa intuire quanto gli sgomberi fini a se stessi siano inutili e quanto sarebbe opportuna una cogestione tra la città e il suo hinterland».
I «falsi dati» facevano da cornice a eventi purtroppo negativi, come gli incendi recenti nel campo di via Bonfadini che fortunatamente non hanno provocato vittime. Sempre secondo il prefetto, Palazzo Marino avrebbe cercato di arginare la diffusione dei campi seguendo le linee guida del vecchio piano Maroni, anche dopo la sentenza che de facto annullava il decreto.
Stefano Bolognini, assessore leghista alla Sicurezza della Provincia di Milano, sostiene invece (con disappunto) che la nuova giunta ha abbandonato la precedente politica: «Il piano Maroni era ben diverso e molto chiaro. La linea della fermezza utilizzata dalla vecchia amministrazione si basava su messaggi forti: al primo punto erano gli sgomberi, per sanare le situazioni territoriali, censire regolari e irregolari, e non sembra quello che finora ha fatto il Municipio». Secondo Bolognini, la politica della fermezza della vecchia amministrazione avrebbe portato a una maggiore responsabilizzazione delle persone negli insediamenti e a una maggiore cultura della legalità: «Al silenzio del Comune - insiste l’assessore - corrisponde l’aumento delle denunce da parte dei cittadini: i rom sono aumentati e con loro i campi abusivi. È arrivato il momento che la giunta Pisapia applichi una linea politica che finora non ha dimostrato di avere e che cominci a sgomberare». Accuse di inefficacia all’attuale giunta che sono speculari a quelle fatte alla precedente: «Prima c’era una scelta precisa: non risolvere il problema», ha detto il sindaco Pisapia in un’intervista a Famiglia Cristiana (15 gennaio 2012).

DELUSIONE NEL VOLONTARIATO
Le premesse per una svolta sembravano esserci. Lo scorso novembre la nuova amministrazione organizzò, con il commissario europeo alle Politiche sociali, Vladimír Špidla, e con Amnesty International, un convegno aperto al Tavolo rom: Comunità di Sant’Egidio, Casa della carità, Opera nomadi, Caritas, Naga e altri. «La disponibilità della nuova giunta stupì positivamente le associazioni, in particolare per l’essenziale coinvolgimento negli incontri di rappresentanze della Federazione “Rom e Sinti insieme”, finalmente anch’essi collaboratori attivi alla stesura dei progetti e non solo firmatari “obbligati”», osserva Norina Vitali, volontaria del gruppo medicina di strada del Naga (associazione di volontariato che da anni presta assistenza agli immigrati che vivono in aree dismesse), che due volte alla settimana svolge il servizio medico per i rom dei campi irregolari.
Nel primo incontro, gli assessori Granelli e Majorino (Sicurezza e Politiche sociali) hanno esposto le strategie comunali per muovere i primi passi verso un processo d’integrazione e sviluppo. Si è fissato un calendario dei tavoli, divisi per tema, in modo che le associazioni operanti nel settore potessero confrontarsi direttamente con l’amministrazione competente ed entrare meglio nel merito delle questioni. «Ma da dicembre a questa parte purtroppo non è successo nulla - continua Vitali -: il Comune sembra scomparso e l’entusiasmo è svanito, i tavoli tecnici sono stati sospesi o rinviati e nessuno ci ha spiegato il motivo».
Al Naga il Comune aveva anche fatto la richiesta di illustrare la situazione dei campi abusivi nel territorio municipale dal punto di vista dell’intervento igienico-sanitario. Ne è nato un documento, Situazione socio-demografica e condizioni di salute della popolazione rom di Milano, uscito a gennaio e basato sugli interventi medici dell’associazione negli ultimi anni. Fotografa le preoccupanti condizioni di salute della popolazione nelle baraccopoli, aggravate dagli anni trascorsi in condizioni precarie e di sovraffollamento, dalla presenza di ratti e mancanza di servizi igienici, fognature e raccolta dei rifiuti. «A ogni sgombero la situazione si aggrava, le abitazioni diventano più precarie, i luoghi più impervi e meno visibili - aggiunge Vitali -. Le politiche di allontanamento dal territorio non possono essere una risposta. Viene da pensare che il sostegno alle associazioni promesso da Palazzo Marino alla fine fossero frasi vuote».
Le perplessità sull’azione concreta finora svolta non si limitano al Naga. «Abbiamo assistito solo a sgomberi non accompagnati da politiche di accoglienza e alternative valide, sia in termini di migliori e più stabili condizioni abitative, sia di concrete possibilità di integrazione scolastica e lavorativa», sostiene Elisa Giunipero, della comunità di sant’Egidio e coautrice, con Flaviana Robbiati, del libro I rom di via Rubattino. Una scuola di solidarietà (Ed. Paoline 2011). Concretamente, dopo lo sgombero, i rom si aspettano un’alternativa alla strada. Le vecchie amministrazioni erano rimaste sorde a quest’appello: lasciate le baracche i rom usufruivano dell’assistenza medica e psicologica fornita dal Comune durante lo sgombero (nei casi migliori), e del posto letto in un dormitorio o in un centro d’accoglienza per la notte, ma divisi per sesso, separando i membri delle famiglie. E quasi sempre da questi centri ritornano in strada il giorno seguente, senza più nulla.

LA «STRATEGIA NAZIONALE»
A fine febbraio il nuovo governo Monti ha archiviato, forse definitivamente, il piano Maroni con una «Strategia nazionale d’inclusione dei rom, dei sinti e dei caminanti», sollecitata dalla Commissione europea e di cui il Comune di Milano è stato tra i promotori. La collaborazione attiva con il ministro per la Cooperazione internazionale e l’integrazione Riccardi e con l’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali), ha portato a questa pianificazione. Il nuovo piano interministeriale prevede un processo prima di tutto sociale, che applichi politiche non discriminatorie, volte a superare l’opinione molto diffusa che mette in relazione rom e illegalità, alimentando ansie collettive e stereotipi. Parte dal riconoscimento che i rom costituiscono la minoranza più grande d’Europa, la cui identità culturale di popolo va tutelata e promossa.
L’assessore Granelli in proposito sottolinea che l’attività comunale non riguarda solo la lotta al razzismo, ma anche la lotta alla criminalità: «Troppo spesso dietro a situazioni limite si annidano organizzazioni malavitose che sfruttano queste persone. Uno degli interventi su cui stiamo investendo intende sconfiggere quello che sta diventando un vero e proprio racket dell’elemosina. Poi bisognerà guidare il processo d’integrazione nel tempo, come prevede la Strategia nazionale». Il secondo punto guida della Strategia, infatti, riguarda il «superamento di alcune particolari situazioni di degrado». Si torna così alla questione sgomberi.
«È sicuramente difficile approvare un piano che conti su soluzioni diverse per le diverse situazioni presenti nell’area metropolitana - aggiunge Elisa Giunipero -, ma che il Comune agisca solo attraverso gli sgomberi, unico provvedimento che è rimasto inalterato, è significativo. Auspichiamo che a Milano vengano seguite le linee d’intervento della Strategia, un piano d’azione complessivo, ad ampio spettro. Quello che ci chiediamo è: perché questo silenzio?».
La risposta dell’Amministrazione non sorprende: il problema è che i fondi da destinare alle attività d’integrazione ci sono, ma sono fermi. La sentenza del Consiglio di Stato, annullando il Piano per l’«emergenza» ha bloccato anche i fondi a esso assegnati. Si parla di 33 milioni di euro a livello nazionale. «Il Consiglio di Stato ha agito correttamente - sostiene Granelli -: duemila rom a Milano non sono un’emergenza. Ma in questo modo ha bloccato sia i fondi per nuovi progetti sia quelli per interventi già programmati. Ci siamo trovati a dover fermare tutto per mancanza, ad esempio, dei fondi destinati ai contratti di affitto o di acquisto già firmati per affrontare alcuni problemi di alloggio». Come esempio cita la situazione di via Novara, la prima sulla strada di una soluzione: «Abbiamo due diversi progetti, uno di contributo d’acquisto e uno d’affitto. Più della metà delle famiglie presenti nel campo sono già in contatto con noi per un progetto d’inserimento, stiamo aspettando solo il trasferimento delle famiglie».
L’accordo tra famiglie rom e Comune presuppone tre requisiti fondamentali: la frequenza scolastica obbligatoria per i figli, l’accettazione di percorsi formativi per il lavoro e l’esclusione della pratica dell’accattonaggio. Gli ultimi due punti sono essenziali perché non si perpetri l’assistenzialismo, di cui in fondo le comunità sono le prime vittime.
La mancanza di finanziamenti ha quindi bloccato anche la messa in sicurezza delle aree occupate abusivamente e il censimento necessario per conoscere esattamente chi è presente sul territorio. La vulgata vuole che le comunità rom, sinti, e caminanti, siano tutte nomadi. Ma quelle presenti in Italia sono prevalentemente insediate in modo stabile da molti anni. Circensi e caminanti sono meno di un decimo e sono tra i pochi realmente «nomadi» ancora rimasti nel nostro Paese. Per questi l’Amministrazione intende mantenere uno o due campi di sosta e sul resto progredire nell’inserimento con la chiusura degli insediamenti ancora esistenti.
La prefettura a fine aprile ha sbloccato circa 5 milioni relativi ai progetti avviati prima della sentenza d’illegittimità, affinché il Municipio possa procedere con i progetti di inserimento abitativo a cui corrispondono i fondi già stanziati. A complicare la concessione dei nuovi fondi è arrivato anche un ricorso, presentato dalla Protezione civile, contro la decisione del Consiglio di Stato di annullare la dichiarazione di «Stato d’emegenza». Il Comune assicura che i tavoli tecnici sono stati sospesi per questo motivo, non avendo nessuna sicurezza sulle prospettive di lavoro per il futuro e assicura: «Non abbiamo aspettato il nuovo Piano, abbiamo reagito e collaborato alla stesura, in modo che, quando tutto si sarà riassestato, e con l’assenso di Bruxelles, potremo finalmente lavorare come avevamo promesso».

Mattia Valesini

© FCSF – Popoli