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Vatican to Issue Radical Document on Economy

On Monday, the Vatican will release a document on the reform of the international financial system which will be to the left of every politician in the United States. It will be closer to views of the «Occupy Wall Street» movement than anyone in the U.S. Congress. It will call for the redistribution of wealth and the regulation of the world economy by international agencies. Not only will it be to the left of Barack Obama, it will be to the left of Nancy Pelosi.
It is easy to predict what will be in the document by simply looking at what Pope Benedict XVI has said in the past.

Data: 
21 ottobre 2011
Tag: 
Quei paradisi senza santi (né tasse)
La crisi economica ha rivitalizzato i paradisi fiscali, casseforti sicure per capitali in fuga. Alcuni di questi centri offshore si trovano in Paesi del Sud del mondo. Ma l’afflusso di capitali non tassati sottrae, ogni anno, alle popolazioni locali almeno 125 miliardi di euro di entrate fiscali. Molto più di quanto ricevono in aiuti umanitari.

Data: 
3 ottobre 2011
Tag: 
E l’Africa inizia a mobilitarsi
Vera Mshana è una ricercatrice di Tax Justice Africa, una Ong che promuove un sistema di tassazione equo e progressivo nel continente africano. Le abbiamo chiesto di fare il punto sulla presenza dei paradisi fiscali in Africa e su quali iniziative stia organizzando la società civile per chiedere maggiore trasparenza fiscale.

Quanti paradisi fiscali ci sono in Africa?
Il Fondo monetario internazionale ha riconosciuto come centri finanziari offshore: Mauritius, Sey­chelles, Liberia, Gibuti e Tangeri (Marocco). Le Comore (l’isola di Anjouan), Botswana e Somalia possono essere anch’essi considerati paradisi fiscali. Il Ghana stava per adottare un regime fiscale privilegiato, ma poi ha rinunciato.

Quali sono i vantaggi fiscali garantiti agli investitori?
Questi centri offrono molti servizi: bancari e assicurativi, gestioni patrimoniali, fondi fiduciari, pianificazione fiscale e consulenza alle società multinazionali.
Ciò che rende conveniente investire in questi centri è che questi servizi sono forniti in un sistema di ampie esenzioni fiscali (nessuna imposta sul capital gain, nessun tributo sui dividendi o sugli interessi, né sugli utili) e una normativa poco severa in materia di contabilità.
Va detto inoltre che questi paradisi fiscali offrono l’anonimato finanziario ai clienti, nascondendo di fatto i reali protagonisti (azionisti o proprietari) delle attività commerciali.
Ciò permette a questi clienti di nascondere i loro redditi e ridurre il carico fiscale nel Paese nel quale vivono o nei Paesi dove il reddito è prodotto.

Chi investe nei paradisi fiscali?
Investono gli istituti bancari europei e nordamericani, ma anche persone molto ricche e, in generale, le multinazionali, come per esempio la SabMiller (il secondo produttore mondiale di birra) o la banca Barclays, che era fortemente coinvolta nella creazione del centro finanziario in Ghana.

Quali effetti producono le legislazioni fiscali agevolate sulle economie dei paradisi fiscali?
I paradisi fiscali producono effetti negativi, in particolare: 1) I sistemi fiscali locali tendono a fare leva unicamente o prevalentemente sull’imposizione indiretta, che colpisce maggiormente la fasce più deboli della popolazione. 2) Viene creata poca occupazione, considerato che molti posti di lavoro riguardano l’industria dei servizi finanziari e che questi posti sono occupati quasi tutti da stranieri. 3) Si creano grandi divari di reddito nella popolazione. 4) L’economia locale è poco o per nulla differenziata.

La società civile come sta combattendo il fenomeno dei paradisi fiscali?
I paradisi fiscali vanno combattuti sotto due aspetti: per l’impatto che essi hanno sulle economie delle altre nazioni (considerato che possono essere utilizzati per il riciclaggio di denaro sporco e per l’evasione fiscale) e per l’impatto che hanno sulle economie locali. L’attenzione mondiale e le campagne internazionali hanno prodotto effetti positivi sotto il primo aspetto, meno sotto il secondo, che credo sia il più problematico.
Come Tax Justice Network notiamo che in Africa il dibattito sulla politica fiscale e sulla riforma fiscale è stato in gran parte rimosso. La tassazione è vista come una misura imposta dall’esterno, prima dai colonizzatori, poi dai Programmi di aggiustamento strutturale. Solo recentemente si è registrata una maggiore attenzione su questi temi, favorita dalla volontà di controllare la spesa pubblica. Anche se la tassazione è considerata sempre una questione tecnica, estranea al dibattito pubblico.
La nostra organizzazione è molto coinvolta sul tema dei paradisi fiscali e partecipiamo alla campagna mondiale che chiede la loro fine e profonde riforme della politica fiscale. In particolare, noi chiediamo una riforma della contabilità. Auspichiamo che venga adottato il sistema chiamato «Paese per Paese», che impone alle multinazionali di stilare, oltre ai bilanci consolidati, anche rendiconti delle attività economiche svolte nelle singole nazioni e di esplicitare i nomi delle società ad esse collegate in quelle stesse nazioni. La seconda riforma che chiediamo è la creazione di una piattaforma, gestita dalle Nazioni Unite, che permetta lo scambio automatico di informazioni fiscali e finanziarie. Questa piattaforma dovrebbe permettere alle Agenzie delle entrate di ogni Paese di ottenere le informazioni necessarie a smascherare possibili elusioni (o evasioni) dei contribuenti.
La nostra organizzazione sta poi facendo pressioni sul governo sudafricano affinché metta all’ordine del giorno dell’incontro del G20, che si terrà il 3 novembre a Cannes (Francia), il tema dell’elusione e dell’evasione fiscale.
Enrico Casale

Data: 
3 ottobe 2011
Tag: 
Benedetto XVI: «Soldi sottratti ai poveri»
L’esistenza di luoghi dove si svolgono attività finanziarie non trasparenti e incontrollate, che permettono a persone e imprese di nascondere i propri introiti, priva i Paesi più poveri di almeno 125 miliardi di euro di entrate all’anno. A tanto ammonta l’evasione fiscale delle multinazionali che colpisce i bilanci dei Paesi del Sud del mondo e corrisponde quasi a una volta e mezza l’ammontare complessivo dell’aiuto pubblico allo sviluppo che questi ricevono dai Paesi ricchi. Naturalmente esiste anche un danno per i Paesi ricchi che hanno forti deficit di bilancio e che vengono privati dei loro strumenti di redistribuzione. Solo in Francia, la frode fiscale distoglie dal bilancio dello Stato dai 40 ai 50 miliardi di euro (il doppio del deficit del sistema di protezione sociale). Nella crisi finanziaria iniziata nel 2008 queste distorsioni si sono fatte ancora più gravi.

L’EDEN DELLE MULTINAZIONALI
Non deve sorprendere che nel mondo cattolico ci siano persone che si sentono chiamate a occuparsi di giustizia fiscale e di destinazione universale dei beni e che perciò si mobilitano contro i paradisi offshore. La Chiesa cattolica, come altre Chiese cristiane, ricorda a ciascuno il dovere di contribuire al finanziamento delle spese pubbliche, meccanismo senza il quale le società sarebbero solo giungle dominate dalla legge del più forte.
Paradisi fiscali, giudiziari e normativi sono i buchi neri della finanza globale. Non si limitano a qualche isoletta esotica, ma si trovano anche nel cuore di alcune metropoli finanziarie. Offrono il segreto bancario, oppure la possibilità di creare società di comodo che celano il nome dei veri proprietari, un fisco debole per i non residenti. Altre non collaborano con i giudici stranieri che danno la caccia a chi vuole fuggire al fisco, riciclare denaro originato da crimini e corruzione, aggirare le regole internazionali. Spesso «catturano» quote di sovranità di Paesi piccoli e fragili che hanno solo questo come vantaggio comparativo a livello internazionale: possono commerciare la propria sovranità vendendola al miglior offerente, cioè le multinazionali e i loro intermediari finanziari, le grandi banche o i grandi revisori contabili (i cosiddetti Big 4: Kpmg, Deloitte, Ernst & Young, PwC). Appoggiarsi alla sovranità di un Paese consente di aggirare obblighi fiscali e regolamentari, così nascono sedi di società in luoghi che non hanno niente a che vedere con la produzione della società stessa. Due terzi degli investimenti destinati a Cina e India, ad esempio, arrivano da paradisi fiscali, come Mauritius, le isole Cayman o le isole Vergini britanniche. In queste ultime, dove vivono 25mila persone, sono registrate 830mila società. Ma dove sono i loro lavoratori?
Le multinazionali fanno transitare nei paradisi fiscali metà del commercio mondiale, in modo da fare apparire inferiori i loro profitti e dunque pagare meno. Questo è ancora più facile per le società che non traggono profitti dalle fabbriche, come i giganti delle nuove tecnologie (Google, Microsoft, iTunes, eBay), le grandi banche, ecc.  La concorrenza fiscale sleale spinge l’insieme degli Stati a moltiplicare le agevolazioni per attirare gli investitori. L’imposta sulle società è già scesa mediamente a livello mondiale dal 37% del 1993 al 25% del 2009. Benedetto XVI, nell’enciclica Caritas in Veritate, ha scritto che «non è però lecito delocalizzare solo per godere di particolari condizioni di favore, o peggio per sfruttamento, senza apportare alla società locale un vero contributo».
I Paesi poveri sono le principali vittime di questi meccanismi. Alcune ricerche del centro di ricerca Global Financial Integrity (Gfi) di Washington hanno mostrato che in un anno circa 800 miliardi di euro sono illecitamente distolti dai Paesi in via di sviluppo. Che si tratti di proventi della corruzione (3-5%), del crimine organizzato (30-33%) o di introiti non dichiarati che corrispondono all’evasione fiscale (60-65%), questi fondi finiscono nelle banche occidentali e nei paradisi fiscali.
Cifre di questo calibro sono indicate anche in un documento del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace (approvato dalla Segreteria di Stato) del novembre 2008 che, citando stime del 2005 ,punta il dito contro i centri finanziari offshore: «Potrebbero rendere circa 860 miliardi di dollari all’anno e corrisponderebbero a un mancato introito fiscale di circa 255 miliardi di dollari: più di tre volte l’intero ammontare dell’aiuto pubblico allo sviluppo da parte dei Paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse)».
Da alcuni anni c’è una mobilizzazione per l’aumento di questi aiuti. Il 2000 ha visto la Campagna del Giubileo per la riduzione del debito che strozza la spesa sociale nei Paesi poveri. Autorevoli voci cattoliche si sono levate contro la corruzione, il riciclaggio del denaro sporco o il dirottamento dei fondi per i poveri. In Africa, Simon Tonyé Bakot, vescovo di Yaoundé (Camerun), e Louis Portella, vescovo di Kinkala (Congo Brazzaville), si sono pronunciati in maniera molto chiara perché i soldi sottratti da alcuni dirigenti politici tornino ai rispettivi Paesi. Di fatto hanno denunciato i paradisi fiscali.

MOBILITAZIONE INTERNAZIONALE
Oggi, tra le realtà più attive contro i paradisi fiscali ci sono le Ong che si occupano di sviluppo. Un esempio viene dalla Francia, dove una piattaforma di organizzazioni e gruppi, cristiani e laici (cfr www.stopparadisfiscaux.fr), si è mobilitata sui paradisi fiscali. È guidata in particolare da Ccfd-Terre solidaire e Secours catholique, la Caritas francese, oltre ad alcuni ordini religiosi più sensibili (tra cui i gesuiti). L’azione che svolge è di informazione e sensibilizzazione, nonché di lobby presso il governo, l’Ocse e l’Ue. Quando nel 2008, dopo il fallimento di Lehman Brothers, il presidente Nicolas Sarkozy dichiarò che bisognava incominciare a mettere fine ai paradisi fiscali, queste organizzazioni gli fecero notare che Andorra e Monaco, ai confini francesi, erano ancora nella «lista nera» dei paradisi fiscali. Con la rivista Pèlerin fu lanciata una petizione che raccolse decine di migliaia di firme e qualche tempo dopo il governo francese promise di intervenire sui due microStati in questione.
Anche in Germania i cattolici si sono mossi con l’organizzazione Misereor; in Gran Bretagna sono attivi gruppi protestanti, in Italia la spinta viene maggiormente da Ong laiche. Anche in America Latina c’è sempre più interesse per la giustizia fiscale. Nei Paesi in via di sviluppo, movimenti cristiani hanno iniziato a studiare sempre più a fondo come funziona il bilancio dello Stato.
Il Vaticano è stato spesso incluso nelle liste di Paesi che non garantiscono sufficiente trasparenza in campo finanziario e la sua banca è stata indicata come una possibile sede di riciclaggio di denaro sporco. La Santa Sede per molto tempo non si è preoccupata dell’origine dei fondi che transitavano al suo interno, ma lo scorso dicembre Benedetto XVI ha stabilito che il Vaticano si adeguerà alle regole del Gafi, il Gruppo di azione finanziaria internazionale contro il riciclaggio di capitali. Questo organismo è stato creato dal G7 nel 1989 e finora ha elaborato in tutto 49 raccomandazioni, alcune delle quali interessano banche, casinò, agenzie immobiliari e tutte quelle imprese in cui transitano fondi sui quali è possibile richiedere di accertare la provenienza. Questa decisione del papa è un segno incoraggiante.    
Jean Merckaert
Caporedattore di Projet,
rivista del Ceras, centro di studi
sociali dei gesuiti francesi
Data: 
3 ottobre 2011
Tag: 
Quei paradisi senza santi (né tasse)
La crisi economica ha rivitalizzato i paradisi fiscali, cassaforti sicure per capitali in fuga. Alcuni di questi centri offshore si trovano in Paesi del Sud del mondo. Ma l’afflusso di capitali non tassati sottrae, ogni anno, alle popolazioni locali almeno 125 miliardi di euro di entrate fiscali. Molto più di quanto ricevono in aiuti umanitari.
Fascicolo: 
ottobre 2011
Tag: 
«Il microcredito non è solo Yunus»
Licenziato dalla guida della «Grameen», la Banca da lui fondata, il «banchiere dei poveri» Muhammad Yunus è coinvolto in tensioni politiche e accuse di malversazione di aiuti stranieri. Un commento dell’economista Leonardo Becchetti sulla salute del microcredito.

Data: 
4 marzo 2011
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Finanza etica, la scelta ai cittadini
Grazie all'economia della responsabilità sociale i cittadini aumentano il loro grado di partecipazione permiando o punendo con le loro scelte economiche le imprese e stimolandole a una maggiore assunzione di responsabilità. Leggi l'articolo pubblicato sul numero di Popoli del maggio 2007.
Data: 
4 marzo 2011
Tag: 
La shari'a in banca
Nella crisi che ha colpito il sistema finanziario internazionale sembra trovare spazio un sistema basato sui principi della religione musulmana. Due esperti presentano le caratteristiche della finanza islamica e le sue prospettive di sviluppo (anche in Italia). Con alcune contraddizioni
Fascicolo: 
ottobre 2009
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