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Nigeria, tra violenza e riconciliazione
Matthew Kukah è il vicario generale dell’arcidiocesi di Kaduna, in Nigeria. Da anni è impegnato nel dialogo islamo-cristiano in uno Stato in cui si registrano tensioni tra musulmani e cristiani. Tensioni che si sono acuite nelle ultime due settimane a margine delle elezioni presidenziali.

Data: 
2 maggio 2011
Tag: 
La difficile indipendenza del Sud Sudan
Il neonato Stato africano (la cui indipendenza sarà proclamata il 9 luglio) deve confrontarsi con numerosi problemi (petrolio, conflitti etnici, gestione dell’acqua del Nilo, ecc.) che potrebbero scatenare nuovi conflitti. Popoli.info ne ha parlato con un gesuita che vive a Juba.

Data: 
28 aprile 2011
Tag: 
Siria: «La maggioranza è ancora con Assad»
In Siria la risposta del regime alle proteste si fa sanguinosa. Alcune fonti parlano di 400 persone uccise dalle forze di sicurezza. Popoli.info ne ha parlato con Paolo Dall'Oglio, gesuita, che vive in Siria.

Data: 
27 aprile 2011
Tag: 
Nigeria: politica, religione e violenza
Dopo le elezioni del 16 aprile, sono scoppiati incidenti nell Nord del Paese tra i sostenitori del presidente Jonathan e quelli dello sconfitto Buhari. Da politici, gli scontri si sono trasformati in religiosi opponendo musulmani e cristiani. Una nuova testimonianza di suor Kathleen, che lavora nella regione.

Data: 
27 aprile 2011
Tag: 
Il cantante e le speranze di Haiti
Il 20 marzo ad Haiti è stato eletto presidente Michel Martelly, ex cantante di kompa, la musica popolare haitiana. Popoli.info ha intervistato il gesuita Wismith Lazard, direttore nazionale del Servizio rifugiati e migranti di Haiti, per chiedergli un ritratto del nuovo presidente e un'analisi della situazione del Paese, ancora sconvolto dal terremoto del 12 gennaio 2010.

Data: 
20 aprile 2011
Tag: 
Costa d’Avorio, la crisi continua

A tre mesi dalle elezioni presidenziali, nel Paese dell’Africa occidentale la situazione politica non si è ancora sbloccata.
Il presidente uscente Laurent Gbagbo (in carica dal 2000) rivendica la vittoria anche a dispetto della comunità internazionale che riconosce il successo di Alassane Ouattara, suo nemico storico. La testimonianza di un religioso che lavora ad Abidjan (la capitale economica del Paese) e i timori dei gesuiti.


Data: 
10 marzo 2011
Tag: 
Mons. Martinelli: Gheddafi non lascerà facilmente
Mons. Giovanni Martinelli è il vescovo di Tripoli. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente per chiedergli notizie sulla situazione in Libia.
«Questa mattina, dopo il discorso di Muhammar Gheddafi di ieri sera, la situazione a Tripoli, dove vivo, è tranquilla. Non si notano grandi movimenti nelle strade e nelle piazze. Sono uscito tranquillo in macchina per andare a celebrare la messa in un convento di suore a 10 chilometri dalla città. Non penso che questa tranquillità sia il segno della fine di questa rivolta, anche perché gli incidenti più gravi solitamente si verificano nella notte. Questa mattina comunque sono buone anche le notizie che arrivano dalla Cirenaica, la regione che per prima è stata investita dalla sommossa».

Quali notizie ha da Bengasi e dalla Cirenaica?
Ieri e oggi mi sono giunte notizie tranquillizzanti sia da Bengasi sia dalle altre città della Cirenaica. I libici hanno dimostrato di sapere essere solidali tra di loro, ma anche con i religiosi cattolici. Negli ospedali di Bengasi lavorano molte suore (la metà circa è di origine italiana) che vengono aiutate e protette dai colleghi libici. È un aspetto positivo nel cuore degli sconvolgimenti che stanno interessando la regione. A Bengasi e in tutta la Cirenaica le autorità (e in particolare la polizia) sono ormai fuori gioco e non possono più fare assolutamente nulla. Abbiamo chiesto aiuto alla polizia affinché proteggessero la nostra chiesa e i nostri religiosi. Ci hanno risposto che non potevano aiutarci. Abbiamo fatto allora appello alle autorità islamiche e alla Mezzaluna rossa. Qui abbiamo trovato una mano tesa e un aiuto incondizionato. Lo ripeto, questo è positivo.

Qual è la situazione politica in Cirenaica?
Dalle notizie che mi arrivano, posso dire che la situazione si è tranquillizzata. Non ci sono più scontri. Ma mi è stato detto anche che nelle città si sono create delle forme di governo indipendente, che non prendono più ordini da Gheddafi e dai suoi collaboratori.

Teme forti ritorsioni da parte del regime?
In Cirenaica non so che cosa il regime possa fare di peggio. La repressione delle manifestazioni è stata violentissima ed è stato sparso moltissimo sangue, anche di innocenti. Quindi non riesco a immaginare quali altri interventi e quale altra violenza possa mettere in campo il regime. In Tripolitania e a Tripoli la situazione è diversa. Qui i manifestanti hanno cercato di attaccare i simboli del potere ma, finora, sono stati respinti.

A suo parere Gheddafi resisterà fino alla fine anche a costo di un bagno di sangue?
Conoscendo un po’ il suo carattere, mi sento di dire che Muhammar Gheddafi è un uomo deciso. Dal suo discorso di ieri sera non traspare la voglia di lasciare il Paese in mano ai rivoltosi. C’è in lui un certo orgoglio che gli deriva dalla sua origine beduina, un popolo determinato e orgoglioso. Gheddafi pensa che il Paese sia suo. Ovviamente non è suo, ma va detto che la Libia di oggi è, in gran parte, una sua creatura. Non credo quindi che sarà facile convincerlo a lasciare le redini del potere. Io spero che si trovi una qualche forma di dialogo tra lui e i giovani per trovare una soluzione alle loro rivendicazioni. A questo punto, viste anche come si sono messe le cose, una mediazione è molto difficile. Nulla però va lasciato di intentato. Io busserei alla sua porta e gli chiederei di venire incontro alle esigenze di questi giovani che chiedono solo di poter godere di un avvenire più sereno.

In Italia giungono notizie sulle difficilissime condizioni in cui vivono gli immigrati eritrei ed etiopi. Cosa ci può dire in merito?
Le comunità eritrea ed etiope sono molto vicine alla Chiesa cattolica e la Chiesa è molto vicina a loro. Molti di loro sono ortodossi e si riuniscono nella nostra chiesa. Noi cerchiamo di aiutarli anche materialmente offrendo assistenza, cibo, vestiti. Cerchiamo da sempre di aiutarli a fare le pratiche per poter andare in Europa o in America. Sono veramente gli «ultimi» della nostra comunità e noi non vogliamo abbandonarli. A loro non si può dire di tornare in patria perché là rischierebbero di essere torturati o, addirittura, uccisi. L’Italia, per motivi storici e umanitari, dovrebbe curarsi in modo particolare di questi eritrei ed etiopi. Ma finora non è stato fatto molto.
Enrico Casale

Data: 
23 febbraio 2011
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Del Boca: «Cercasi successore di Gheddafi»
In questo momento il futuro della Libia è quanto mai incerto e nebuloso. Se la polizia e l’esercito verranno a capo della rivolta, allora potrà esserci una svolta «morbida» all’interno del regime. Se invece la rivolta prenderà piede, tutto è possibile, anche la guerra civile. Angelo Del Boca, giornalista, storico, esperto del mondo libico, sta seguendo con particolare attenzione la sommossa che sta incendiando in questi giorni la Cirenaica e, in parte, la Tripolitania, ma non ha ancora chiaro quale sarà lo sbocco di questo movimento.

«Le notizie dalla Libia sono frammentarie e non si riesce a comprendere quali siano le dimensioni di questa rivolta e le possibili conseguenze. Finora abbiamo solo informazioni vaghe. Per esempio, il numero dei morti: il figlio di Gheddafi ha detto che sono morte solo una decina di persone, fonti indipendenti parlano invece di 300 vittime. Tra 10 e 300 il balzo è grande!».

Secondo lei quale futuro può esserci dopo Gheddafi?
Se il regime riesce in pochi giorni a tamponare la rivolta (anche se mi sembra difficile), Muhammar Gheddafi potrebbe lasciare il potere al figlio Saif al Islam. Saif è considerato un liberale, molto aperto e colto (ha tre lauree, una delle quali alla London School of Economics). Negli anni passati ha creato una fondazione attraverso la quale ha lavorato a favore della popolazione. Non solo, ha avuto il coraggio di denunciare la mancanza di democrazia nel suo Paese e ha affermato a più riprese la necessità di avviare la Libia sulla strada di una progressiva democratizzazione. Se il padre dovesse lasciare, lui, a mio parere, sarebbe la persona più adatta per prenderne il posto. Se però la rivolta si estenderà ulteriormente credo che i ribelli non vorranno più saperne della famiglia Gheddafi. A quel punto ogni scenario diventa possibile.

Gli oppositori al regime che da anni risiedono all’estero potrebbero rientrare e prendere in mano il Paese?
All’estero ci sono personaggi, alcuni molto preparati, che hanno fatto la rivoluzione con Gheddafi e poi hanno preso le distanze da lui. Ma sono tutte persone che hanno superato i 70 anni e non so se sono in grado di prendere il potere e governare l’attuale situazione politica. Ci sarebbe anche Abdessalam Jalloud, l’ex braccio destro e primo ministro di Gheddafi. Dopo l’allontanamento dal potere non è scappato all’estero, ma è rimasto in Libia. Vive comodamente a Tripoli e il regime non ha mai osato torcergli un capello perché lui è comunque il leader di uno dei principali gruppi tribali libici. Jalloud ha un grande seguito, però non saprei dire se è la persona adatta per gestire questa fase. Non so se, dopo tanti anni lontano dal potere, oggi voglia assumersi nuovamente responsabilità. Tenuto conto anche che non è più giovane, si avvicina anche lui ai 70 anni.

La rivolta in Libia può mettere in discussione i forti interessi italiani nel Paese?
Sì, anche se bisogna vedere chi prenderà il potere. Se fossero Saif al Islam o Jalloud penso che il Trattato di amicizia e collaborazione Italia-Libia, siglato nel 2008 da Gheddafi e Berlusconi, verrà mantenuto in vita. Se prende il potere una nuova classe politica è invece possibile che l’intesa venga bloccata. D’altra parte, a ben vedere, quell’accordo era un’operazione di vertice, tutta giocata sull’amicizia personale tra Berlusconi e Gheddafi. Se viene meno, Gheddafi e se non viene sostituito da uno del suo entourage, è chiaro che tutto il castello crolla.

Quell’intesa prevede anche un impegno da parte libica di contenere il flusso migratorio proveniente dall’Africa sub-sahariana. Dovesse venire meno quell’intesa e quell’impegno il rischio sarebbe di una ripresa dell’ondata migratoria?
Sulle nostre coste potenzialmente potrebbero arrivare migliaia di persone. Ai libici che scapperebbero dal loro Paese si aggiungerebbero le decine di migliaia di africani e nordafricani in fuga da povertà, carestie, guerre. Di fronte a questo problema, il nostro governo è in difficoltà e per il momento non ha ancora idea di come far fronte a un fenomeno di queste dimensioni.
e.c.

Data: 
21 febbraio 2011
Tag: 
Rieletto Bozizé, quale futuro per il Centrafrica?
Le elezioni hanno dato un responso chiaro. Ma ora rimangono da risolvere i problemi di uno dei Paesi più poveri dell’Africa. E politici non sembrano all’altezza. La voce dei missionari.

Data: 
17 febbraio 2011
Tag: 
La carica dei maoisti
Repubblica o monarchia? Federalismo o centralismo? Regime comunista o democrazia liberale? Il Paese himalayano sta affrontando una radicale trasformazione. Nella speranza di lasciarsi alle spalle povertà e guerra civile. Leggi l'articolo pubblicato sul numero giugno-luglio 2008 di Popoli.

Data: 
17 febbraio 2011
Tag: 
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